sabato 16 settembre 2017

Anche sul blocco dei conti della Lega, di ragionamenti neanche l'ombra

Mi pare di sparare sulla Croce rossa, ma le dichiarazioni di Matteo Salvini a commento del blocco dei conti correnti della Lega urlano vendetta, dal punto di vista etico, ma prima di tutto da quello linguistico.
Non è una questione di grammatica, né di stilistica: è la forma testuale che è insopportabile, per come sono presentati i dati e per le implicature logiche disseminate in modo maldestro nel discorso.
Mi butto subito su due momenti della conferenza stampa di Salvini, riportati tra virgolette, quindi immagino letterali, dal Sole24ore (nello stesso articolo linkato sopra). Cominciamo da questo:

Per Salvini «c'è chi, usando un pezzettino di magistratura, anche un solo giudice, vuole mettere il bavaglio al dissenso, ad alcuni milioni di italiani che credono nella Lega». Forse, aggiunge Salvini, «dava fastidio che tanti militanti da tutta Italia venissero a Pontida, per una grande giornata di libertà».

La tesi da dimostrare è che la decisione di bloccare i conti sia non la conseguenza di un periodo di indagini, di un dibattimento pubblico, con avvocati e testimoni, della condanna degli imputati, dell'applicazione di alcune leggi; bensì il frutto dell'arbitrio di qualcuno. Di chi? Di «un pezzettino di magistratura». Si tratta non solo di un'affermazione infamante per il giudice che ha emesso la sentenza, non solo di una accusa inquietante che dovrebbe (se fosse vera) far tremare tutti i cittadini, ma soprattutto di una evidente scorrettezza linguistica: questa ipotesi, infatti, non è sostenuta né da un ragionamento, né da un dato di fatto. E, fatto ancora più grave, contiene delle insinuazioni ad personam vaghissime («c'è chi, usando un pezzettino di magistratura») che accentuano l'ambiguità del discorso: accusa solenne, ma senza destinatari. Come a dire: non ho nessuna prova di quello che sto dicendo, ma lo insinuo lo stesso, tanto qualcuno ci cascherà; e nel frattempo mi metto al riparo da querele varie.
L'unico argomento, del tutto - questo sì - arbitrario, è quello della manifestazione di Pontida che si deve svolgere in questi giorni. Salvini insinua, ancora una volta senza dirlo apertamente, che la sentenza sia il modo, evidentemente incostituzionale, del giudice, e di qualche politico potente nascosto nell'ombra, di impedire lo svolgimento della manifestazione. Ora, questo è un caso da manuale di fallacia del tipo cum hoc vel post hoc, ergo propter hoc, cioè, siccome questi due eventi, la sentenza e la manifestazione, sono vicini nel tempo, ci deve essere una relazione di causa-effetto tra i due. Inutile dire, però, che se questa relazione ci fosse, chi la volesse denunciare dovrebbe anche dimostrarne l'esistenza, non semplicemente darla per scontata.
E passiamo al secondo momento della conferenza stampa che mi ha colpito per la sua scorrettezza testuale:

«In sostanza saremmo chiamati noi a rispondere degli eventuali errori e mala gestione di fondi pubblici da parte del Carroccio della gestione Belsito con Bossi 9 anni fa».

Qui siamo alle prese con una plateale bugia. Come può riscontrare chiunque, infatti, i fatti contestati dai giudici arrivano fino al 2011, quindi 6 anni fa, non 9, e non solo: quei fatti avrebbero continuato a verificarsi se il sistema non fosse stato scoperto. Gli «errori», cioè, non sono cessati 6 anni fa per un intervento divino, né per un moto spontaneo dall'interno del partito: sono cessati perché ci sono stati le indagini e poi il processo. E il tempo trascorso è stato quello necessario per celebrare il processo.
E comunque a me 6 anni non sembrano neanche tanti: il 2011 fu l'anno del passaggio dal governo Berlusconi IV al governo Monti. Me lo ricordo bene. E anche a Salvini deve sembrare che non sia passato molto tempo, visto che fu eletto segretario della Lega nel 2013, praticamente all'indomani dell'inizio del processo ai Bossi e a Belsito.
E qui una seconda bugia, questa più velata: che i dirigenti della Lega attuale debbano pagare gli errori di una gestione con cui non hanno avuto niente a che fare. Dal 2004 Salvini era europarlamentare, quindi un esponente di spicco del partito, e aveva come assistente parlamentare Franco Bossi, il fratello di Umberto. La sua stessa elezione a segretario nel 2013, poi, dimostra che si era fatto strada proprio negli anni precedenti. Non avrà rubato lui stesso (e infatti nessuno ha bloccato il suo conto corrente personale), ma non può negare che il partito da lui ereditato sia stato costruito da quel Bossi e da quel Belsito che lui finge di non conoscere.
Insomma, Salvini si difende riciclando la strategia dell'argomento ad personam: se non puoi contestare le accuse, scredita l'accusatore. Una strategia banalmente efficace, perché pochi sono immacolati, e quando vengono fuori le mende dell'accusatore le accuse risultano meno credibili. Anche se sono fondate.
Quindi giù insinuazioni sulla magistratura e sui fantomatici poteri forti, badando a non fare nomi, a non coinvolgere nessuno, a sparare nel mucchio, per appellarsi esclusivamente all'istintivo sospetto degli italiani per chiunque abbia un po' di potere, politici, giudici o arbitri di calcio.
Oggi un giornale ha lanciato un sondaggio assolutamente inutile, se non per dimostrare che, appunto, molti italiani non si fidano dei potenti e non si lasciano scappare occasione per ribadirlo. Inutile a maggior ragione perché risponderanno solamente lettori di quel giornale, che in quanto tali sono pregiudizialmente a favore di Salvini.
Ce n'era bisogno? C'è bisogno di tutta questa fuffa, di tutto questo fumo negli occhi? No, non c'è bisogno. C'è bisogno di politici che ragionano e che portano prove di quello che dicono. Non pregiudizi, non fantasie, per giunta velenose, non allusioni e domande retoriche che non affermano niente. E c'è bisogno di direttori di giornale che fanno le pulci ai politici, che smascherano le loro bugie e rivelano le loro intenzioni nascoste.

martedì 27 settembre 2016

Terroni tornate a casa, e a caro prezzo

A quanto pare, la Sicilia è un'isola. Se ne sono accorti anche al Parlamento europeo, con una decisione che ha fatto lo scalpore che meritava: nessuno. Ma soprattutto che non ha avuto nessuna conseguenza, per esempio sull'usura che le compagnie aeree praticano sui siciliani per farli viaggiare da e per il continente. Alitalia in testa.


Le compagnie, del resto, fanno il loro gioco: cresce la domanda, cresce il prezzo. E con l'emorragia di siciliani, volenti o nolenti, verso il Nord, la domanda è cresciuta eccome. I siciliani stanno mantenendo i debiti dell'Alitalia, con il beneplacito del governo nazionale, del governo regionale, dei parlamentari regionali e nazionali. Timidissimi, in punta di piedi, alcuni (notate la data della notizia) fanno notare che volare dalla Sicilia a Roma è troppo caro, e non ci sono sconti, promozioni stagionali, offerte lancio, premi per chi prenota in anticipo. Ora ci siamo affidati perfino alla petizione on line, che, per carità, male non fa (e male incolga al siciliano che non la firma), ma è come chiedere per favore di non farsi rapinare.
Nessuno, peraltro, solleva il problema degli altri trasporti: l'alta velocità da Salerno a Reggio è di qualità inferiore rispetto a quella da Salerno in su, i binari non sono adatti e i treni non possono correre. La stessa alta velocità non esiste in Sicilia, che viaggia ancora a binario unico per lunghe tratte. Le autostrade siciliane e calabresi sono le peggiori d'Italia. I collegamenti sullo Stretto sono appannaggio dei privati, anzi, di un privato solo; le corse delle navi delle Ferrovie dello Stato sono poche e hanno orari inaffidabili. Cornuti e bastonati, insomma: emarginati dalle politiche di sviluppo, percepiti come bisognosi di assistenza, come se avessimo una grave disabilità generalizzata e perpetua, quindi costretti a partire per provare ad avere successo nella vita, a volte per convincerci e convincere gli altri che siamo "normali", e in più le botte, trasporti scadenti e biglietti esosi. I privati ci marciano, i governi parlano al futuro - maledetto il tempo futuro e maledetto chi lo usa per nascondere il passato vuoto e il presente distratto -, noi firmiamo petizioni.

sabato 4 giugno 2016

Qualche ipotesi sull'italiano di fronte al Brexit

Il blog informalingua mi ha intervistato di nuovo; questa volta per discutere degli scenari linguistici che si aprirebbero in caso di Brexit.


Alla fine dei giochi, all'italiano potrebbe convenire (sempre che l'Europa stessa non scomparisse in seguito agli effetti della separazione).

lunedì 5 gennaio 2015

Tutto il mondo è... una città: la mia

Tra le tante photogallery di repubblica.it, mi sono imbattuto in questa: le opere architettoniche più belle e inutili del mondo. Le nomination comprendono opere destinate a funzioni diverse, e in particolare:
1. Un ponte megagalattico che collega un'isola alla terraferma;
2. Un albergo immenso in una città senza turisti;
3. Impianti sportivi disegnati per grandi eventi, costruiti completamente anni dopo la fine degli eventi, e neanche tanto bene, oppure usati durante gli eventi e poi abbandonati;
4. Un mezzo di trasporto pubblico su rotaia che non è collegato con il resto della rete di trasporti, per cui serve solamente l'area intorno alle rotaie;
5. Un paio di edifici pubblici sproporzionati rispetto all'uso che se ne fa (e che, ragionevolmente, se ne sarebbe potuto fare);
6. Un centro commerciale grande quanto un quartiere di cui sono usati solamente un paio di negozi;
7. Un paio di aeroporti scomodi, poi chiusi.
Sembra la storia architettonico-ingegneristica pubblica e privata di Messina (Italy), quella concreta e quella rimasta sulle carte (almeno finora). Non ci manca niente, neanche il tentato aeroporto, che tanto lustro darebbe alla provincia, ma che difficilmente raggiungerebbe la soglia di profittabilità, schiacciato come sarebbe tra Reggio, Catania e Palermo.


Perché il problema con le opere pubbliche è sempre lo stesso: nello scontro tra simbolo e utilità, a volte vince l'uno, a volte vince l'altra. Certe volte, per fortuna di tutti, le due cose convivono nella stessa opera.
E il privato che c'entra? C'entra perché il privato italiano (sì, anche noi messinesi siamo italiani) spera sempre, e qualche volta ci azzecca, che se il progetto fallisce, la mammella pubblica gli verrà in soccorso, un po' per mantenere vivo il tessuto economico, un po' per soddisfare la fame di simbolo di cui sopra.
I politici, infatti, cercano di interpretare e accontentare i desideri della popolazione. Il successo del simbolo sull'utilità è tanto più probabile quanto più la comunità è depressa. Quindi, il fatto che Messina abbia raccolto tutti gli esempi possibili di opere pubbliche e private poco o per niente funzionali è il metro del grado altissimo di depressione della comunità cittadina.
Propongo di generalizzare il modello: è possibile calcolare il grado di depressione di una comunità sulla base degli edifici inutili, belli o brutti, che svettano nella città dove quella comunità vive.

sabato 15 novembre 2014

Come ti tematizzo Morgan



Non importa quanto cerchiamo di essere obiettivi quando raccontiamo un fatto: nel racconto si infila sempre un po' di noi, di quello che pensiamo, di quello che crediamo; anche se non ce ne accorgiamo. Le nostre idee politiche, religiose e morali, i nostri dubbi, le nostre insicurezze e i nostri timori di ferire gli altri o di attirarci delle antipatie, tutto ci frulla in testa mentre riportiamo un fatto, e modella il nostro modo di riportarlo.
Chiamiamo il modo personale di presentare la realtà tematizzazione o framing. Qualunque discorso opera un framing, che stabilisce “di che cosa si parla”, sposta l’attenzione su aspetti diversi della realtà, incorniciandola in un certo modo.
Si parte con la selezione degli elementi che secondo noi vale la pena evidenziare (quindi allo scarto di quelli che riteniamo secondari), poi si passa alla disposizione di questi elementi in posizione più o meno preminente, e infine tocca alla espressione linguistica, cioè al modo di tradurre in forma linguistica gli elementi che vogliamo esprimere. Alla fine del processo, il risultato testuale conterrà non solo informazioni semantiche, ma anche indicazioni, più o meno velate, su quello che noi pensiamo di quella cosa che stiamo comunicando. In definitiva, il framing viene a coincidere con la versione della realtà di chi parla, o scrive.
Lo stesso processo avviene nella comunicazione professionale, come quella giornalistica. Un esempio:
Morgan lascia X factor in diretta.
Ieri sera, al termine della quarta puntata di X Factor 8, il colpo di testa.
Sono arrivati all’eliminazione due gruppi, quindi due membri della squadra di Morgan. Come da prassi il primo voto è stato proprio il suo e, come ha specificato lui stesso, conscio delle regole ha espresso il suo giudizio, eliminando gli Spritz for Five. Poi, alzandosi senza remore, ha abbandonato il programma. “Lascio X Factor per sempre. Arrivederci. Credo di non entrarci più con le derive che ha preso questa trasmissione. Vi ringrazio. E’ stato bello.” (giornale.it: 14/11/2014)

X Factor, Morgan lascia: "Non c'entro più niente con la deriva che ha preso questa trasmissione"
Il cantautore ha deciso di abbandonare lo show dove faceva il giudice polemizzando con i suoi colleghi: "Sarà una scelta definitiva"
MILANO - Altre polemiche ad X Factor che dopo la puntata danzereccia della scorsa settimana, ieri sera ha parlato, e cantato, di discriminazione, disuguaglianze e censura, al grido di "We Are One". Il tema è quello sul quale è stato pensato l'intero quarto live del talent di casa Sky che ha raggiunto la metà delle puntate previste per l'edizione 2014. Morgan, in polemica con le scelte dei colleghi e spiazzando tutti, prima della votazione finale ha abbandonato lo studio sostenendo di voler abbandonare X Factor per sempre: "Non c'entro più niente - ha detto Morgan - con la deriva che ha preso questa trasmissione". (repubblica.it: 14/11/2014)
Non serve tanta arguzia per vedere la differenza di prospettiva tra i due pezzi.
Solo un paio di riflessioni. Il primo articolo mette in evidenza fin dal titolo la circostanza che l'avvenimento è successo in diretta, quindi la sua spettacolarità. Nel secondo, invece, la circostanza è taciuta (la si può ricavare dal contesto, ma il giornalista sceglie di non esplicitarla), mentre è messo in evidenza l'atteggiamento critico del protagonista nei confronti dei colleghi. Nel sottotitolo del primo articolo, l'evento è categorizzato come "colpo di testa", un'espressione piuttosto negativa, che si rispecchia nel "senza remore" aggiunto nel corpo dell'articolo. Il secondo articolo categorizza l'azione con il verbo "spiazzando", ben più favorevole, visto che lo spettacolo, di converso, è categorizzato negativamente, con l'aggettivo ironico "danzereccia".
Insomma, che ce ne accorgiamo o no, le nostre idee e convinzioni si scontrano continuamente nel nostro cervello e ci fanno scegliere la forma linguistica da dare ai discorsi che facciamo.
Certo, ci fanno scegliere all'interno del repertorio di varianti che possediamo: se il nostro repertorio non contiene varianti, o se per qualche ragione (emozioni, stanchezza, distrazione) non riusciamo a pescare al suo interno una variante valida, non c'è niente da scegliere.
Per questo ci capita di dire cose che non intendevamo, con tutto ciò che ne deriva.




sabato 25 gennaio 2014

La prigione sincronica

Che convenienza, scaricare un app su un dispositivo e ritrovarsela uguale su un altro dispositivo. Che comodità ricevere la posta contemporaneamente nella casella e sul cellulare. Com'è rilassante essere circondati da questi binari invisibili su cui le nostre informazioni si spostano in modo da essere sempre nel posto giusto nel momento giusto.

Certo, questo funziona finché i binari hanno lo stesso scartamento. Perché se un pezzo della linea appartiene ad un altro gestore che usa un'altra codificazione, tutto il sistema salta. Creare un codice unico? Unificare gli scartamenti in modo che gli utenti possano passare da una linea ad un'altra? E perché mai? Il trucco è proprio qui: costringere l'utente a scegliere una volta per tutte, e tenerlo legato allo stesso sistema operativo per sempre, dentro una prigione d'oro dalle possibilità strabilianti, ma da cui non si può uscire. Scegliere è facile, visto che i sistemi operativi sono due. Sarà un po' meno facile con l'avanzata di Microsoft-Nokia (sistemi operativi per computer e mobile a confronto), ma l'idea di fondo rimane, cavalcata da tutti e tre i colossi (il possibile quarto, BlackBerry, è in fase di dismissione): scegli me e ti darò tutto quello che ti serve. Una vera mela rossa e lucida, ma avvelenata.