martedì 27 settembre 2016

Terroni tornate a casa, e a caro prezzo

A quanto pare, la Sicilia è un'isola. Se ne sono accorti anche al Parlamento europeo, con una decisione che ha fatto lo scalpore che meritava: nessuno. Ma soprattutto che non ha avuto nessuna conseguenza, per esempio sull'usura che le compagnie aeree praticano sui siciliani per farli viaggiare da e per il continente. Alitalia in testa.


Le compagnie, del resto, fanno il loro gioco: cresce la domanda, cresce il prezzo. E con l'emorragia di siciliani, volenti o nolenti, verso il Nord, la domanda è cresciuta eccome. I siciliani stanno mantenendo i debiti dell'Alitalia, con il beneplacito del governo nazionale, del governo regionale, dei parlamentari regionali e nazionali. Timidissimi, in punta di piedi, alcuni (notate la data della notizia) fanno notare che volare dalla Sicilia a Roma è troppo caro, e non ci sono sconti, promozioni stagionali, offerte lancio, premi per chi prenota in anticipo. Ora ci siamo affidati perfino alla petizione on line, che, per carità, male non fa (e male incolga al siciliano che non la firma), ma è come chiedere per favore di non farsi rapinare.
Nessuno, peraltro, solleva il problema degli altri trasporti: l'alta velocità da Salerno a Reggio è di qualità inferiore rispetto a quella da Salerno in su, i binari non sono adatti e i treni non possono correre. La stessa alta velocità non esiste in Sicilia, che viaggia ancora a binario unico per lunghe tratte. Le autostrade siciliane e calabresi sono le peggiori d'Italia. I collegamenti sullo Stretto sono appannaggio dei privati, anzi, di un privato solo; le corse delle navi delle Ferrovie dello Stato sono poche e hanno orari inaffidabili. Cornuti e bastonati, insomma: emarginati dalle politiche di sviluppo, percepiti come bisognosi di assistenza, come se avessimo una grave disabilità generalizzata e perpetua, quindi costretti a partire per provare ad avere successo nella vita, a volte per convincerci e convincere gli altri che siamo "normali", e in più le botte, trasporti scadenti e biglietti esosi. I privati ci marciano, i governi parlano al futuro - maledetto il tempo futuro e maledetto chi lo usa per nascondere il passato vuoto e il presente distratto -, noi firmiamo petizioni.

sabato 4 giugno 2016

Qualche ipotesi sull'italiano di fronte al Brexit

Il blog informalingua mi ha intervistato di nuovo; questa volta per discutere degli scenari linguistici che si aprirebbero in caso di Brexit.


Alla fine dei giochi, all'italiano potrebbe convenire (sempre che l'Europa stessa non scomparisse in seguito agli effetti della separazione).

lunedì 5 gennaio 2015

Tutto il mondo è... una città: la mia

Tra le tante photogallery di repubblica.it, mi sono imbattuto in questa: le opere architettoniche più belle e inutili del mondo. Le nomination comprendono opere destinate a funzioni diverse, e in particolare:
1. Un ponte megagalattico che collega un'isola alla terraferma;
2. Un albergo immenso in una città senza turisti;
3. Impianti sportivi disegnati per grandi eventi, costruiti completamente anni dopo la fine degli eventi, e neanche tanto bene, oppure usati durante gli eventi e poi abbandonati;
4. Un mezzo di trasporto pubblico su rotaia che non è collegato con il resto della rete di trasporti, per cui serve solamente l'area intorno alle rotaie;
5. Un paio di edifici pubblici sproporzionati rispetto all'uso che se ne fa (e che, ragionevolmente, se ne sarebbe potuto fare);
6. Un centro commerciale grande quanto un quartiere di cui sono usati solamente un paio di negozi;
7. Un paio di aeroporti scomodi, poi chiusi.
Sembra la storia architettonico-ingegneristica pubblica e privata di Messina (Italy), quella concreta e quella rimasta sulle carte (almeno finora). Non ci manca niente, neanche il tentato aeroporto, che tanto lustro darebbe alla provincia, ma che difficilmente raggiungerebbe la soglia di profittabilità, schiacciato come sarebbe tra Reggio, Catania e Palermo.


Perché il problema con le opere pubbliche è sempre lo stesso: nello scontro tra simbolo e utilità, a volte vince l'uno, a volte vince l'altra. Certe volte, per fortuna di tutti, le due cose convivono nella stessa opera.
E il privato che c'entra? C'entra perché il privato italiano (sì, anche noi messinesi siamo italiani) spera sempre, e qualche volta ci azzecca, che se il progetto fallisce, la mammella pubblica gli verrà in soccorso, un po' per mantenere vivo il tessuto economico, un po' per soddisfare la fame di simbolo di cui sopra.
I politici, infatti, cercano di interpretare e accontentare i desideri della popolazione. Il successo del simbolo sull'utilità è tanto più probabile quanto più la comunità è depressa. Quindi, il fatto che Messina abbia raccolto tutti gli esempi possibili di opere pubbliche e private poco o per niente funzionali è il metro del grado altissimo di depressione della comunità cittadina.
Propongo di generalizzare il modello: è possibile calcolare il grado di depressione di una comunità sulla base degli edifici inutili, belli o brutti, che svettano nella città dove quella comunità vive.

sabato 15 novembre 2014

Come ti tematizzo Morgan



Non importa quanto cerchiamo di essere obiettivi quando raccontiamo un fatto: nel racconto si infila sempre un po' di noi, di quello che pensiamo, di quello che crediamo; anche se non ce ne accorgiamo. Le nostre idee politiche, religiose e morali, i nostri dubbi, le nostre insicurezze e i nostri timori di ferire gli altri o di attirarci delle antipatie, tutto ci frulla in testa mentre riportiamo un fatto, e modella il nostro modo di riportarlo.
Chiamiamo il modo personale di presentare la realtà tematizzazione o framing. Qualunque discorso opera un framing, che stabilisce “di che cosa si parla”, sposta l’attenzione su aspetti diversi della realtà, incorniciandola in un certo modo.
Si parte con la selezione degli elementi che secondo noi vale la pena evidenziare (quindi allo scarto di quelli che riteniamo secondari), poi si passa alla disposizione di questi elementi in posizione più o meno preminente, e infine tocca alla espressione linguistica, cioè al modo di tradurre in forma linguistica gli elementi che vogliamo esprimere. Alla fine del processo, il risultato testuale conterrà non solo informazioni semantiche, ma anche indicazioni, più o meno velate, su quello che noi pensiamo di quella cosa che stiamo comunicando. In definitiva, il framing viene a coincidere con la versione della realtà di chi parla, o scrive.
Lo stesso processo avviene nella comunicazione professionale, come quella giornalistica. Un esempio:
Morgan lascia X factor in diretta.
Ieri sera, al termine della quarta puntata di X Factor 8, il colpo di testa.
Sono arrivati all’eliminazione due gruppi, quindi due membri della squadra di Morgan. Come da prassi il primo voto è stato proprio il suo e, come ha specificato lui stesso, conscio delle regole ha espresso il suo giudizio, eliminando gli Spritz for Five. Poi, alzandosi senza remore, ha abbandonato il programma. “Lascio X Factor per sempre. Arrivederci. Credo di non entrarci più con le derive che ha preso questa trasmissione. Vi ringrazio. E’ stato bello.” (giornale.it: 14/11/2014)

X Factor, Morgan lascia: "Non c'entro più niente con la deriva che ha preso questa trasmissione"
Il cantautore ha deciso di abbandonare lo show dove faceva il giudice polemizzando con i suoi colleghi: "Sarà una scelta definitiva"
MILANO - Altre polemiche ad X Factor che dopo la puntata danzereccia della scorsa settimana, ieri sera ha parlato, e cantato, di discriminazione, disuguaglianze e censura, al grido di "We Are One". Il tema è quello sul quale è stato pensato l'intero quarto live del talent di casa Sky che ha raggiunto la metà delle puntate previste per l'edizione 2014. Morgan, in polemica con le scelte dei colleghi e spiazzando tutti, prima della votazione finale ha abbandonato lo studio sostenendo di voler abbandonare X Factor per sempre: "Non c'entro più niente - ha detto Morgan - con la deriva che ha preso questa trasmissione". (repubblica.it: 14/11/2014)
Non serve tanta arguzia per vedere la differenza di prospettiva tra i due pezzi.
Solo un paio di riflessioni. Il primo articolo mette in evidenza fin dal titolo la circostanza che l'avvenimento è successo in diretta, quindi la sua spettacolarità. Nel secondo, invece, la circostanza è taciuta (la si può ricavare dal contesto, ma il giornalista sceglie di non esplicitarla), mentre è messo in evidenza l'atteggiamento critico del protagonista nei confronti dei colleghi. Nel sottotitolo del primo articolo, l'evento è categorizzato come "colpo di testa", un'espressione piuttosto negativa, che si rispecchia nel "senza remore" aggiunto nel corpo dell'articolo. Il secondo articolo categorizza l'azione con il verbo "spiazzando", ben più favorevole, visto che lo spettacolo, di converso, è categorizzato negativamente, con l'aggettivo ironico "danzereccia".
Insomma, che ce ne accorgiamo o no, le nostre idee e convinzioni si scontrano continuamente nel nostro cervello e ci fanno scegliere la forma linguistica da dare ai discorsi che facciamo.
Certo, ci fanno scegliere all'interno del repertorio di varianti che possediamo: se il nostro repertorio non contiene varianti, o se per qualche ragione (emozioni, stanchezza, distrazione) non riusciamo a pescare al suo interno una variante valida, non c'è niente da scegliere.
Per questo ci capita di dire cose che non intendevamo, con tutto ciò che ne deriva.




sabato 25 gennaio 2014

La prigione sincronica

Che convenienza, scaricare un app su un dispositivo e ritrovarsela uguale su un altro dispositivo. Che comodità ricevere la posta contemporaneamente nella casella e sul cellulare. Com'è rilassante essere circondati da questi binari invisibili su cui le nostre informazioni si spostano in modo da essere sempre nel posto giusto nel momento giusto.

Certo, questo funziona finché i binari hanno lo stesso scartamento. Perché se un pezzo della linea appartiene ad un altro gestore che usa un'altra codificazione, tutto il sistema salta. Creare un codice unico? Unificare gli scartamenti in modo che gli utenti possano passare da una linea ad un'altra? E perché mai? Il trucco è proprio qui: costringere l'utente a scegliere una volta per tutte, e tenerlo legato allo stesso sistema operativo per sempre, dentro una prigione d'oro dalle possibilità strabilianti, ma da cui non si può uscire. Scegliere è facile, visto che i sistemi operativi sono due. Sarà un po' meno facile con l'avanzata di Microsoft-Nokia (sistemi operativi per computer e mobile a confronto), ma l'idea di fondo rimane, cavalcata da tutti e tre i colossi (il possibile quarto, BlackBerry, è in fase di dismissione): scegli me e ti darò tutto quello che ti serve. Una vera mela rossa e lucida, ma avvelenata.

venerdì 4 ottobre 2013

Così... giusto per ricordare quanto ci costa Mediaset

Qui non incassiamo finanziamenti pubblici
qui non siamo colossi americani
qui contiamo solo sulle nostre forze
e qui ogni mattina arrivano migliaia di persone
che cercano di fare il massimo per regalare una televisione moderna, vivace e completa.
Undici reti gratuite e centinaia di programmi in onda ogni giorno, anche su Internet.
Che non ti costano niente, niente.
Nemmeno un bollettino postale.
Così… giusto per ricordarlo.



L'allusione è una tecnica comunicativa da usare con gusto. La questione non è solo estetica, è epistemica e persino morale. Visto che comunicare è agire, mascherare le proprie intenzioni comunicative equivale ad agire subdolamente. Qualunque comunicatore avveduto conosce, almeno intuitivamente, questo fatto. Ora la pubblicità è per sua natura subdola, avendo come scopo più o meno dichiarato quello di raggirare il ricevente del messaggio. Ma che senso ha costruire una pubblicità iperallusiva? Il testo dello spot Mediaset che dovrebbe riabilitare l'immagine dell'azienda dopo la condanna di Berlusconi nel processo noto ai più come "Mediaset" suona come un messaggio in codice mafioso. E' tutto giocato sul non dire, sull'ammiccare, sul "ci siamo capiti": ma a chi si rivolge? Chi sarebbero i noi che si sono capiti? Da una parte non è chiaro, volutamente, chi sta emettendo il messaggio: l'azienda Mediaset o il proprietario capo di un partito politico potente Silvio Berlusconi? O entrambi, il che farebbe assumere all'azienda una sorta di investitura parastatale (del resto, se il proprietario è tanto amato e votato, l'amore e i voti si trasferiscono empaticamente a tutto quello che egli produce). Dall'altra parte ci sono tutti gli altri, tutti gli italiani, gli innamorati di Berlusconi, gli indifferenti e quelli che lo odiano, opportunamente tirati dentro grazie proprio alla indefinibilità degli attori in gioco.
E allora il senso è proprio questo: tacere una parte della verità, che potrebbe nuocere all'efficacia del messaggio. E vediamo qual è la parte di verità taciuta dallo spot. La floridità e la stessa esistenza dell'azienda Mediaset sono frutto di favori da molti giudicati indebiti da parte dell'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, e poi del patto inconfessato tra Berlusconi e i suoi avversari politici durato tutti gli anni novanta e il primo decennio del Duemila. Favori e patto che agli italiani non sono costati 100 euro l'anno, ma molto di più, in termini di pluralismo, qualità e libertà dell'informazione e dell'offerta televisiva in generale, di opportunità imprenditoriali per altri che non si chiamassero Berlusconi (Europa 7 è ancora là che aspetta le sue frequenze), di sviluppo della televisione statale, visto che la decadenza della Rai e l'ascesa di Mediaset si sono consumate negli anni dell'amministrazione condivisa con Berlusconi. E voglio anche ricordare il tempo e l'impegno spesi dal Parlamento negli ultimi venti anni per risolvere le aporie del sistema politico-imprenditoriale incarnato da Berlsconi senza cambiare il sistema, inventandosi una moratoria sine die sulla legge di regolamentazione del conflitto di interessi, una riforma della tecnologia di trasmissione televisiva (incentivata con soldi pubblici, che hanno favorito alcuni costruttori di decoder per il digitale terrestre, tra cui Paolo e Alessia Berlusconi), vari condoni fiscali, la già citata negazione dei diritti di Europa 7 e una serie molto lunga di leggi di scarso valore per la collettività, note come leggi ad personam. Quanto è costato agli italiani il fatto che il Parlamento per venti anni ha lavorato part-time per il Paese perché aveva il secondo lavoro di garantire gli affari e il potere di Berlusconi? E infine, così... giusto per farci del male, quanto ci è costato avere affidato per venti anni la progettazione del futuro del Paese alla corte dei miracoli che circonda Berlusconi solo per fargli eco e confermare la giustezza delle sue decisioni?
Ci vuole tanta allusività per poter tacere tanta parte di verità. E tanta, tanta faccia tosta. E ci vuole tanta pazienza per sopportare tanta untuosità. Oppure è indifferenza? O dabbenaggine? Qualunque sia la mancanza che non ci fa indignare davanti allo spot Mediaset, sappiate che in parte è stata causata dall'assuefazione a venti anni di Berlusconi, politici cortigiani e malaffare di Stato.